Gestalt

Psicoterapia

"Ogni volta che accade qualcosa di reale, ciò mi commuove profondamente"
Fritz Perls

Premessa importantissima per il lettore: mi dichiaro profondamente innamorata della psicoterapia della Gestalt.

Perché 'Gestalt'?

Fritz Perls, l'iniziatore di questa scuola, prese dalla "Psicologia della forma" (Gestalt, in tedesco) l'idea che la psiche umana coglie ogni cosa nella sua totalità, nella sua 'forma' complessiva e non come una semplice somma degli elementi che la compongono. Ecco perché nella psicoterapia della Gestalt si presta attenzione alle forme profonde dell'animo e, di conseguenza, ai processi che le portano a mutare.

(Ispirata a: Riccardo Zerbetto, La Gestalt, terapia della consapevolezza, Xenia)

I Tesori

La psicoterapia della Gestalt ha operato come un bravo giardiniere.

A partire dai presupposti che potrai leggere nella seconda pagina (cioè: assunzione dellaresponsabilitàessere nel mondo con noi stessi  e con gli altri, guardare la realtà senza giudizio) li ha innestati come si fa con le piante da frutto, sul supporto dei nostri vissuti. Da questi innesti sono sbocciati degli autentici tesori. Il primo di questi afferma che le emozioni non sono controllabili dalla volontà: esse sono così come sono. Possiamo insabbiarle, ma non controllarle. Sono invece controllabili gli impulsi. Ciò significa che se non abbiamo la responsabilità di ciò che sentiamo siamo sempre responsabili di ciò che facciamo, indipendentemente da ciò che sentiamo.

Se abbiamo una piena consapevolezza del mondo circostante, possiamo determinare al meglio le nostre azioni e possiamo raggiungere diversi obiettivi.

Ogni momento è un momento unico e siamo tutti immersi in un processo di cambiamento.

Il mondo reale risponde soltanto a ciò che facciamo, non alla nostra volontà se non le diamo voce o alle emozioni che non esprimiamo.

Infine, uno dei tesori, uno dei cuori della psicoterapia della Gestalt,  risiede in una creatura un po' anomala... la teoria paradossale del cambiamento.

(liberamente, tanto liberamente, tratto da: Petruska Clarkson, Gestalt counseling, Sovera)

 

La teoria paradossale del cambiamento

Secondo la psicoterapia della Gestalt la nostra possibilità di realizzarci passa attraverso l'accettazione consapevole di ciò che siamo, così come siamo, nel nostro qui e ora.

L'obiettivo del lavoro terapeutico non è che un altro me stesso prenda il posto di quello che non mi piace più. Il fantastico Arnold Beisser, santo subito, individuò come buon risultato del lavoro terapeutico l'arrivare a essere ciò che si è: sembra assurdo, ma non lo è.

Spesso viviamo con l'illusione di essere in un certo modo o la rabbia di essere in un certo modo. Così, credendo fortemente in quell'illusione o in quella rabbia le personifichiamo in noi stessi.

Accettare profondamente di essere così come siamo, non è rassegnazione. E' vedersi. Il cambiamento ha bisogno di un terreno reale e solido su cui poggiarsi per avere luogo, mentre le nostre illusioni su noi stessi, i nostri inganni mentali, i nostri stessi desideri, non hanno la salutare consistenza della realtà. Un po' come quando camminiamo, se il terreno non è consistente, non avanziamo. 

"In un dato momento nessuno può essere diverso da ciò che è in quel momento, incluso il suo desiderio di essere diverso" scriveva Perls. Da tale presupposto deriva che il vero cambiamento  non ha luogo attraverso lo sforzo  di essere diversi ma avviene se ci concediamo uno sguardo benevolo su di noi, uno sguardo che ci accoglie. Il nostro sguardo. Abbracciamo noi stessi. Diamoci tempo, capacità di vederci, e accettazione. . .

E' tutto nell'affermazione di Beisser:

"Il cambiamento avviene quando una persona diventa ciò che è, non quando cerca di diventare ciò che non è".

Il paradosso sta qui, contro le credenze secondo cui per cambiare ci deve essere fatica sennò non vale. E non serve qualcuno che ci dica chi siamo. 

Una brava terapeuta non chiede a un paziente di essere diverso da come è, non le dice chi è, non offre interpretazioni. Propone se stessa, come persona arrivata o in cammino verso l'abbandono di ogni idea su come vorrebbe essere, e riappacificata con quello che è.

Perché prima di raggiungere una qualsiasi meta occorre poter appoggiare i piedi su un terreno solido, conosciuto, che restituisca la forza del passo. Occorre partire da ciò che siamo, proprio come dicono tante scritture sapienziali: siamo noi il tesoro da trovare, non è da cercare al di fuori di noi. Come nella storia del pescatore di perle che  si affannava a cercare la perla più bella e non sapeva di averla da sempre sotto il cuscino.

“Se siamo cari a noi stessi, veglieremo solleciti su di noi giorno e notte”.
Dhammapada

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